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  • LA COSTITUZIONALITÀ DELLE NORME CHE CONSENTONO IL “TAGLIO” DI ACQUA, LUCE, GAS


    Autore :
    Data : 08/01/2017
    Categoria : CENTRO STUDI (CONDOMINIO, MOROSITÀ CONDOMINIALE)

    Testo
    Convegno ANACI Pisa – 26 novembre 2016

    LA COSTITUZIONALITÀ DELLE NORME 
    CHE CONSENTONO IL “TAGLIO” DI ACQUA, LUCE, GAS

    di Mimma Rospi

    1. La riforma condominiale e il nuovo articolo 63 disp. att. c.c. Una breve introduzione; 
    2. Le implicazioni pratiche e giuridiche derivanti dall’applicazione della norma; 
    3. La costituzionalità delle norme che consentono il “taglio” di acqua, luce e gas. Alcune possibili soluzioni interpretative; 
    4. Conclusioni.


    1. L’argomento che mi è stato assegnato evidenzia la stretta correlazione tra le norme civilistiche in materia condominiale e il godimento dei diritti fondamentali dell’uomo quali il diritto ad usufruire dei beni essenziali come luce, acqua e gas. Ciò evidenzia la necessità di adottare un approccio multidisciplinare della materia trattata che ad ampio raggio tocca tutti i gangli dell’ordinamento giuridico interno, spaziando dal diritto civile, al diritto penale, e, soprattutto, al diritto costituzionale.
    Occorre preliminarmente individuare le disposizioni giuridiche interessate ai casi di specie per coglierne la portata applicativa e, dunque, individuare l’interpretazione di esse più confacente al rispetto della Carta costituzionale. La prima disposizione che si pone innanzi agli occhi degli esperti della materia è l’art. 1123, comma I, del c.c., che dispone il principio secondo il quale negli immobili siti in condominio le spese necessarie per manutenere e per godere dei beni in comune, come le prestazioni dei servizi e innovazioni di comune godimento, sono a carico di ciascun condomino in proporzione alla propria quota millesimale, calcolata sulla base del valore delle singole proprietà. Da ciò discende il principio giuridico in base al quale ciascun condomino è obbligato a contribuire alle spese comuni per le obbligazioni sorte in capo all’ente gestore condominiale, distinguendo tra le obbligazioni sorte prima e dopo l’entrata in vigore della L. n. 220 del 2012 (entrata in vigore il 18 giugno 2013). Per le obbligazioni condominiali sorte prima della riforma condominiale si riteneva vigente il principio solidaristico per il quale ogni condomino rispondeva in solido per i debiti del condominio, salvo la possibilità di esercitare il proprio diritto di regresso nei confronti del condomino moroso rispetto alle quote condominiali o comunque rispetto alla contribuzione alle spese di interesse comune, compresi i servizi essenziali in comune ma suscettibili di godimento separato (es. fornitura di acqua, luce e gas, tramite un impianto condominiale unico). Il creditore poteva escutere il proprio credito nei confronti di ciascun condomino per intero a prescindere dalle quote millesimali di ciascuno. Ciò fino alla storica pronuncia della Corte di Cassazione in Sez. Un., sent. n. 9148 del 2008, con la quale il Supremo giudice ha fugato ogni dubbio: è esclusa la solidarietà fra condomini per le obbligazioni verso terzi, perché «la solidarietà passiva, in linea di principio, esige la sussistenza non soltanto della pluralità dei debitori e della identica causa dell'obbligazione, ma altresì della indivisibilità della prestazione comune; in mancanza di quest'ultimo requisito e in difetto di una espressa disposizione di legge, la intrinseca parziarietà della obbligazione prevale. Considerato che l'obbligazione ascritta a tutti i condomini, ancorché comune, è divisibile, trattandosi di somma di danaro, e che la solidarietà nel condominio non è contemplata da nessuna disposizione di legge, dal momento che l'art. 1123 c.c., interpretato secondo il significato letterale e secondo il sistema in cui si inserisce, non distingue il profilo esterno da quello interno; rilevato, infine, che in conformità con il difetto di struttura unitaria del condominio, la cui organizzazione non incide sulla titolarità individuale dei diritti, delle obbligazioni e della relativa responsabilità l'amministratore vincola i singoli nei limiti delle sue attribuzioni e del mandato conferitogli in ragione delle quote, le obbligazioni e la susseguente responsabilità dei condomini sono governate dal criterio della parziarietà, secondo regole consimili a quelle dettate dagli artt. 752 e 1295 cod. civ. per le obbligazioni ereditarie». Dunque, si deduce che il terzo creditore, esperito positivamente l’azione giudiziaria avverso il condominio, otterrà il proprio credito nei confronti dei condomini, «non per l'intera somma dovuta, bensì solo nei limiti della quota di ciascuno», ad eccetto delle obbligazioni ope legis che impongano expressis verbis la solidarietà, come per esempio le obbligazioni sorte ai sensi dell’art. 2055 del c.c.1.
    Con la L. n. 220 del 2012 il legislatore ha cercato di razionalizzare la materia e cristallizzare nella legge il principio giuridico che, ormai, si era affermato nella giurisprudenza. In particolare, ai nostri fini, la disposizione che rileva è l’art. 63 delle disp. att. c.c., che stabilisce «Per la riscossione dei contributi in base allo stato di ripartizione approvato dall'assemblea, l'amministratore, senza bisogno di autorizzazione di questa, può ottenere un decreto di ingiunzione immediatamente esecutivo, nonostante opposizione, ed è tenuto a comunicare ai creditori non ancora soddisfatti che lo interpellino i dati dei condomini morosi. 2. I creditori non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti, se non dopo l'escussione degli altri condomini. 3. In caso di mora nel pagamento dei contributi che si sia protratta per un semestre, l'amministratore può sospendere il condomino moroso dalla fruizione dei servizi comuni suscettibili di godimento separato. 4. Chi subentra nei diritti di un condomino è obbligato solidalmente con questo al pagamento dei contributi relativi all'anno in corso e a quello precedente. Chi cede diritti su unità immobiliari resta obbligato solidalmente con l'avente causa per i contributi maturati fino al momento in cui è trasmessa all'amministratore copia autentica del titolo che determina il trasferimento del diritto».
    Posti i primi punti fermi nella disciplina condominiale sulle obbligazioni dell’ente condominio verso terzi, si è portati a considerare che la ratio della riforma condominiale è quella di agevolare in termini pratici e in tempi celeri le attività dell’amministratore di gestione del patrimonio condominiale, nonché tutelare sia il creditore, sia il condomino “virtuoso” che ha adempiuto ai suoi obblighi di contribuzione alle spese condominiale sempre in proporzione alle rispettive quote millesimali. Quanto affermato sembra potersi ricavare dalle novellate norme codicistiche come l’art. 1135 c.c., ove al numero 4, stabilisce che l'assemblea dei condomini provvede obbligatoriamente all’istituzione di un fondo speciale per le opere di manutenzione straordinaria e per le innovazioni. Tale fondo, da ritenersi “necessario” per disposizione di legge, è gravato, a mio avviso, da un “vincolo di destinazione” ovvero al pagamento dei creditori, infatti la norma impone un previo accantonamento per intero della somma necessaria ai lavori o comunque calibrato sullo stato di avanzamento del lavori. In questo modo non dovrebbe residuare alcun debito in capo all’ente condominiale. Conferma tale ratio sottesa alla riforma condominiale anche l’art. 1129, n. 9, del c.c., ove impone all’amministratore di agire per la riscossione forzosa delle somme dovute dai condomini entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale il credito è compreso in virtù (soprattutto) dell’art. 63, comma I, delle disp. att. al c.c. La novità che si intende ivi evidenziare è che la funzione di tutela sia del creditore terzo, sia dei condomini “virtuosi”, consiste nel fatto che l’amministratore deve agire senza autorizzazione dell’assemblea condominiale, salvo ovviamente diversa delibera di quest’ultima. Di conseguenza, l’amministratore eviterà o cercherà di evitare che il terzo creditore agisca esecutivamente e giudizialmente nei confronti del condominio, e, soprattutto, dei singoli condomini.
    È da ritenersi che il terzo creditore solo in extrema ratio potrà escutere nei confronti del condomino “virtuoso”. Innanzitutto perché l’amministratore è gravato da una serie di obblighi, che se non adempiuti, danno fiato alla possibilità che siano integrate gravi irregolarità nella gestione dell’ente, legittimando la revoca giudiziale dello stesso a seguito di un ricorso presentato anche da un solo condomino ai sensi del nuovo art. 1129 c.c. Si aggiunga, inoltre, che l’art. 1129, n. 8, del c.c., obbliga l’amministratore a versare ogni somma ricevuta, sia da parte dei condomini che da terzi, a qualsiasi titolo per conto del condominio, in un conto corrente intestato al condominio. Per la più recente giurisprudenza il predetto conto corrente è pignorabile da parte dei terzi creditori, perché il conto corrente condominiale crea un’autonomia patrimoniale destinata all’attività di gestione, consentendo l’esperimento delle azioni esecutive2.

    2. Ciò detto, l’applicazione dell’art. 63, comma III, delle disp. att. c.c. come novellato dalla l. n. 220 del 2012 dovrebbe (il condizionale è d’obbligo) avere vita pratica limitata e in casi residuali, perché la normativa codicistica sembra essere affastellata da disposizione normative poste a garantire o migliorare una maggiore speditezza dei rapporti di debito e credito tra terzi creditori e ente-condominio, tra condomini “morosi” e terzi creditori, condomini “virtuosi” e creditori, nonché tra condomini virtuosi e morosi, soprattutto con riferimento alle spese ordinarie, di manutenzione delle parti comuni e di fornitura dei servizi comuni. Così sarebbe dovuto essere, se l’art. 63 disp. att. c.c. fosse stato formulato con maggiore chiarezza. Invece, la disposizione in oggetto ha ingenerato forti dubbi interpretativi, nonché incongruenze tra le norme civilistiche e le norme penalistiche che possono incidere sul terreno della gestione condominiale, creando un’impasse all’interno dell’ordinamento giuridico e, dunque, gravi difficoltà per gli operatori del diritto, in primis gli amministratori, avvocati e giudici.
    Provando a dare un senso coerente alle norme, l’art. 63 deve essere letto in combinato disposto con l’art. 1129, II comma, del c.c., per cui il terzo creditore potrà agire nei confronti del condomino “virtuoso” solo dopo che siano già state esperite tutte le azioni del caso, sia da parte dell’amministratore che è obbligato entro 6 mesi dalla chiusura dell’esercizio ad agire esecutivamente nei confronti del condomino “moroso”, sia da parte dei creditori che prima devono chiedere i dati all’amministratore per esperire le procedure esecutive nei confronti del condomino “moroso”, e solo dopo questi tentativi infruttuosi agire nei confronti dei creditori “virtuosi” (art. 1129, comma II, c.c). L’effetto immediato è quello di tutelare sia il condomino “virtuoso”, che eventualmente risponderà nel limite massimo della propria quota millesimale, sia il creditore. Se ne ricava che l’escussione nei confronti del condomino “virtuoso” è eventuale, secondaria e parziale rispetto a quella che deve subire per primo il condomino “moroso”, qualora il patrimonio di quest’ultimo sia incapiente per fronteggiare il debito.
    Tuttavia, pare essere frustrato l’intento originario della stessa riforma condominiale quale quella di agevolare i rapporti tra ente-condominio e terzi creditori anche in termini di semplicità e celerità nella gestione dei rapporti di debito/credito. Si crea una matassa di conseguenze pratiche difficile da sciogliere, di cui a farne le spese saranno i singoli con ricadute pesanti sull’esercizio dei propri diritti.
    Si pongono una serie di domande:
    1. Per prima cosa come si deve procedere?
    a) Il creditore dovrà esperire le azioni a disposizione prima nei confronti dell’amministratore in qualità di rappresentante dell’ente di gestione per pignorare il conto corrente intestato al condominio;
    b) L’amministratore dovrà agire esecutivamente entro 180 gg dalla chiusura dell’esercizio per il credito in esso compreso contro il condomino “moroso”;
    c) In caso di esito infruttuoso il creditore dovrà ottenere dall’amministratore i dati del condomino “moroso” per eseguire le procedure esecutive avverso quest’ultimo (art. 63, comma II, c.c.9);
    d) In caso di incapienza del patrimonio del condomino “moroso”, il creditore potrà agire nei confronti dei condomini “virtuosi” nel limite della quota millesimale, salvo il diritto di regresso di questi ultimi.
    2. Quale è la condizione in cui versa l’amministratore del condominio?
    L’amministratore del condominio ha un ruolo di primo piano nell’applicazione delle norme suddette. Egli è infatti il rappresentante legale dell’ente che gestisce la vita condominiale, gravandosi delle attività derivanti dalle obbligazioni per la conservazione delle cose comuni e dei servizi comuni. Per non incorre in conseguenze negative, sia in termini giuslavoristici (l’amministratore è “facilmente” soggetto a revoca, se non adempie ai suoi obblighi ex lege), sia in termini penalistici, deve:
    a) esperire le azioni esecutive nei confronti del condomino “moroso” di cui all’art. 63, comma I, disp. att. c.c.;
    b) fornire i dati identificativi del condomino “moroso” ai creditori, ai sensi dell’art. 63, comma II, disp. att. c.c.;
    c) ricevere direttamente il versamento delle quote “aggiuntive” per far fronte al debito versate in proporzione da parte dei condomini già “virtuosi”3;
    d) in caso di servizi comuni, ai sensi dell’art. 63, comma III, disp. att. c.c., «in caso di mora nel pagamento dei contributi che si sia protratta per un semestre, l’amministrazione può sospendere il condomino moroso dalla fruizione dei servizi comuni suscettibili di godimento separato».
    Il punto dolente è l’ultimo perché l’amministratore è sottoposto ad una condizione di assoluta incertezza: sotto l’incudine della minaccia della revoca, se non adempie all’obbligo imposto dall’art. 63, comma III, e il martello di subire un procedimento penale a suo carico, per aver adempiuto diligentemente al proprio ruolo. Infatti, per la giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione l’amministratore potrebbe integrare l’ipotesi di reato di cui all’art. 392 c.p. ovvero esercizio arbitrario delle proprie ragioni4. In particolare, il caso di specie muoveva dalla circostanza che il gestore di un residence diligentemente aveva autorizzato la disattivazione della fornitura della corrente elettrica di un appartamento per morosità nel pagamento delle utenze condominiali di un condomino “moroso”. Il Tribunale di Cuneo in primo grado, e la Corte d’Appello di Torino in secondo grado, hanno condannato l’imputato per il reato di cui all’art. 392 c.p. comminando la pena di euro 250, 00. e al risarcimento del danno in favore della parte civile. L’imputato ricorreva in Cassazione, adducendo il suo ruolo di “mero esecutore” dei provvedimenti presi dall’amministratore del complesso condominiale che aveva già avvertito, come da procedura, il condomino “moroso” della disattivazione. La Corte di Cassazione, IV sez. penale, con sentenza n. 47276, del 30.11.2015, dichiarava inammissibile il ricorso dell'imputato, così confermando la pena comminata in primo grado, sostenendo che «Nel caso in esame, la circostanza che l'imputato abbia eseguito decisioni o direttive del titolare del diritto non esclude affatto di per sé la punibilità dell'agente, in quanto per costante giurisprudenza il soggetto attivo del delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni può essere anche colui che eserciti un diritto pur non avendone la titolarità, ma agendo per conto dell'effettivo titolare (tra tante, Sez. 6, n. 8434 del 30/04/1985; Sez. 6, n. 14335 del 16/03/2001). Né tale circostanza poteva escludere nel caso di specie il dolo dell'agente. Giova rammentare che il delitto di esercizio arbitrario delle proprie ragioni, previsto dall'art. 392 c.p., richiede, oltre il dolo generico, costituito dalla coscienza e volontà di farsi ragione da sè pur potendo ricorrere al giudice, anche quello specifico, rappresentato dall'intento di esercitare un preteso diritto nel ragionevole convincimento della sua legittimità».
    Coordinare gli aspetti civilistici (art. 63, comma III) con gli aspetti penalistici (art. 392 c.p.) è questione ardua. Tuttavia, appare evidente che il discrimine per non inciampare nel predetto reato è l’esperimento di tutte le indicazioni suddette e, in ultimo, il preventivo ricorso al giudice civile, chiedendone l’autorizzazione. In questo modo il giudice valuterà nel merito la correttezza dell’operato dell’amministratore ai sensi dell’art, 63, comma III, per procedere con la disattivazione delle forniture. La valutazione nel merito in sede giudiziale ha così doppia funzione di tutela: è tutelato l’amministratore da eventuali ricadute giuslavoristiche e penalistiche, perché nonostante la disposizione faccia credere che sia a discrezione dell’amministratore procedere alla autorizzazione di interruzione (la disposizione recita “può”), in realtà per mala gaestio può subire una procedura di revoca previa istanza anche di un solo condomino; è tutelato il condomino “moroso” da comportamenti eccesivi rispetto al grado di diligenza richiesta e abusivi dell’amministratore che è, si ricordi, autorizzato dalla legge a predisporre la sospensione dei servizi comuni di fornitura. Diverso sarebbe se la morosità del condomino non fosse riconducibili a casi di comprovata incapienza economica incolpevole, in questo caso, posto che il giudice comunque dovrà valutare nel merito, ci sarebbero profili di colpevolezza dello stesso condomino “moroso”.

    3. Il rischio di un corto circuito tra le ricadute civilistiche, giuslavoristiche e penalistiche è evidente agli operatori del settore, tanto più quando sono in gioco i diritti fondamentali delle persone perché spesso le situazioni della vita reale riguardano casi di morosità incolpevole dovute a gravi disagi economici e sociali, che si traducono in un ulteriore stigma sociale nei confronti delle categorie di cittadini disagiati economicamente, ai quali si negherebbe l’esercizio dei diritti fondamentali come la possibilità di usufruire delle prestazioni essenziali di luce, acqua e gas. Il corto circuito ha così forti ricadute in termini di costituzionalità delle norme analizzate. È palese il contrasto con l’art. 2 e 3 della Carta costituzionale per le quali norme il principio di dignità della persona umana e il principio di solidarietà economica e sociale fungono da perno dello Stato di diritto costituzionale italiano.
    Quanto espresso ha generato caos nelle aule giudiziarie tale da riscontrare diversi orientamenti giurisprudenziali sulla interpretazione della norma in oggetto: alcuni Tribunali hanno consentito la sospensione solo delle forniture non qualificate come “essenziali”, altri invece hanno autorizzato l’amministratore a procedere anche con riguardo all’interruzione di forniture “essenziali” come acqua, luce e gas con un impatto devastante per le condizioni di vita e di salute per i condomini “morosi” per disagi economici e sociali.
    La questione è stata affrontata dalla giurisprudenza più recente che si è dimostrata molto attenta alle argomentazioni di diritto costituzionale nella interpretazione e applicazione dell’art. 63, comma III, disp. att. c.c.5. In particolare, ai nostri fini, è molto interessante analizzare le argomentazioni emesse dal Tribunale di Brescia, in sede collegiale, che ha negato l’autorizzazione a sospendere le forniture delle prestazioni “essenziali” ad un condomino “moroso”. Il Tribunale ha ritenuto che si può autorizzare alla sospensione delle forniture solo se ricorrano nel caso di specie e contemporaneamente alcune condizioni: a) persistente morosità del condomino, almeno semestrale; b) servizio comune ma suscettibile di godimento separato (es. servizio di fornitura di acqua attraverso un unico contatore, il cui contratto è intestato al condominio, o di riscaldamento centralizzato). Valutati questi elementi, il Tribunale di Brescia ha ritenuto che il servizio di fornitura con contratto unico non è un servizio erogato dal condominio, bensì dalla società erogatrice, di conseguenza tra i condomini e il condominio vige un rapporto contrattuale «di mera intermediazione economica». Continua il giudice collegiale, i condomini possono anche decidere di stipulare contratti individuali con la società erogatrice per evitare che in futuro si versi in casi consimili. Inoltre, sostiene il giudice collegiale, l’interruzione della fornitura di una prestazione essenziale, come l’acqua, si traduce in un’inflizione nella tutela del diritto alla salute dei singoli, contraddicendo l’art. 32 Cost. con possibili ricadute di profili di incostituzionalità delle norme in oggetto.
    Dalla lettura della ordinanza citata le sollecitudini a capire se effettivamente si possono riscontrare profili di incostituzionalità dell’art. 63, comma III, disp. att. c.c., inducono a tre possibili soluzioni cui la Corte costituzionale potrebbe addivenire, qualora la questione di costituzionalità venisse rimessa al suo giudizio:
    1. La norma è incostituzionale: la Corte cost. potrebbe pronunciare una sentenza additiva di principio, statuendo che l’art. 63, comma III, disp. att. c.c. è incostituzionale nella parte in cui non prevede, per esempio, “salvo la tutela in ogni caso del godimento della quota essenziale delle prestazioni oggetto di sospensione”. Questa soluzione interpretativa della Corte costituzionale potrebbe avere come parametro di riferimento gli artt. 2, 3 e 32 Cost., argomentando che rispettivamente il principio della tutela della dignità umana, il principio di uguaglianza formale e sostanziale, il principio della tutela della salute, sono principi fondamentali che prevalgono sul principio di tutela della libertà di impresa di cui all’art. 41 Cost. (di cui sono portatrici le società erogatrici che, comunque, hanno diritto ad ottenere il corrispettivo per i servizi forniti, trattandosi di retribuzione per un lavoro legittimamente svolto e che, in quanto tale, anche esso ha una tutela di rango costituzionale e fondamentale ai sensi dell’art. 1 e 4 Cost.), in base alla monolitica sentenza n. 1146 del 1988 della Corte costituzionale.
    2. La norma è costituzionale: la Corte costituzionale potrebbe pronunciare una sentenza di tipo “interpretativa di rigetto”, affermando che la norma deve essere letta in ossequio a tutto l’ordinamento giuridico. Infatti nel nostro ordinamento ci sono già regole che determinano un livello minimo ed indefettibile della essenzialità delle prestazioni di luce, acqua e gas, che andrebbero garantire perché direttamente incidenti sui diritti fondamentali dei soggetti, dalla legge n. 481 del 1994, istitutiva della Autorità per l’energia elettrica, il gas e il servizio idrico, sino alla più recente legge n. 221 del 2015, oltre alle convenzioni e i tratti internazionali stipulati dallo Stato italiano, come, a giusta ragione cita il Tribunale di Brescia, la Risoluzione ONU GA/10967, del 28 luglio 2010, nella quale si riconosce che «il bene acqua non è una semplice merce, ma è un’estensione del diritto alla vita».
    Per fare qualche esempio:
    • Per le prestazione gas e energia elettrica l’Autorità ha emesso la deliberazione 40272013/r/com relativo allegato TIBEG che indica le modalità applicative dei regimi di compensazione della spesa sostenuta dai clienti domestici disagiati per le forniture elettriche e gas, individuati ai sensi dell’art. 2, comma 5, del decreto 28 dic 2007 D.M.. L’Art. 2 dispone i criteri di compensazione per i clienti domestici in condizioni di disagio economico: «1. Nell'ambito della revisione del sistema tariffario, la compensazione della spesa sostenuta per la fornitura di energia elettrica è riconosciuta ai clienti domestici in condizioni di effettivo disagio economico, in forma parametrata al numero di componenti la famiglia anagrafica, con riferimento ad un livello di consumo di energia elettrica e di potenza impegnata, compatibile con l'alimentazione delle ordinarie apparecchiature elettriche di uso domestico, in modo tale da produrre una riduzione della spesa dell'utente medio indicativamente del 20%»6, prevedendo l’accesso a tale possibilità a chi dimostra di aver un indicatore ISEE non superiore a € 7.500 annui.

    Inoltre si consideri l’art. 3, commi 9 e 9bis de d.l. 185/2008, che prevede «A decorrere dal 1° gennaio 2009 le famiglie economicamente svantaggiate aventi diritto all'applicazione delle tariffe agevolate per la fornitura di energia elettrica hanno diritto anche alla compensazione della spesa per la fornitura di gas naturale. Hanno accesso alla compensazione anche le famiglie con almeno 4 figli a carico con isee non superiore a 20.000 euro. La compensazione della spesa e' riconosciuta in forma differenziata per zone climatiche, nonchè' in forma parametrata al numero dei componenti della famiglia, in modo tale da determinare una riduzione della spesa al netto delle imposte dell'utente tipo indicativamente del 15 per cento»7.
    - Per il settore idrico il D.P.C.M. 29 agosto 2016 ha disposto che l’Autorità definisca «le direttive per il contenimento della morosità nel settore del servizio idrico integrato, sulla base di quanto disciplinato dal dpcm nel rispetto dei principi dell’uguaglianza, della parità di trattamento, della non discriminazione, della trasparenza, del rispetto del principio di reciprocità negli obblighi contrattuali, della tutela delle tipologie di utenza, della sostenibilità economico finanziaria della tariffa e della copertura dei costi efficienti del servizio e degli investimenti e dei costi ambientali e delle risorsa». In particolare, il dpcm determina che l’Autorità, dopo aver individuato in coerenza con altri settori, le utenze domestiche residenti “non disalimentabili” per documentato stato di disagio economico sociale – cui garantire in ogni caso 50 litri per abitante al giorno – e le utenze “non disalimentabili” relative ad attività di servizio pubblico, disciplina le modalità e tempistiche di lettura e autolettura dei contatori; le modalità di ammodernamento dei sistemi; le procedure di pagamento anche con rateizzazione; la gestione reclami controversie, la procedura di messa in mora e recupero con forme di rateizzazione; procedure di disalimentazione per i morosi.
    Più nello specifico per quanto concerne il settore idrico la legge 28 dicembre 2015, n. 221 all’ Art. 61, rubricato Disposizioni in materia di morosità nel servizio idrico integrato, prevede che sia demandato all’Autorità il compito di determinare i criteri di contenimento della morosità «assicurando che sia salvaguardata, tenuto conto dell'equilibrio economico e finanziario dei gestori, la copertura dei costi efficienti di esercizio e investimento e garantendo il quantitativo minimo vitale di acqua necessario al soddisfacimento dei bisogni fondamentali di fornitura per gli utenti morosi». L’Autorità ha emanato la deliberazione 4 novembre 2016, 638/2016/R/IDR, con la quale si dispone che entro 180 giorni dalla predetta approverà i criteri-guida per il settore idrico al fine di bilanciare le esigenze di tutela del livello minimo essenziale del servizio idrico per le categorie disagiate e le esigenze di copertura dei costi per l’erogazione dei servizi che graverebbero altrimenti sulle società erogatrici. Per esperire questo lavoro l’Autorità sta imbastendo tavoli di lavoro con gli esperti e i soggetti delle categorie interessate.

    4. Concludendo si ritiene che è necessario operare un bilanciamento tra i principi e i diritti costituzionali che sono coinvolti dalla normativa che si è analizzata. Ciò che preme sottolineare è che la seconda soluzione interpretativa sulla costituzionalità delle norme in oggetto pare la più plausibile, perché esistono già le norme che determinano quale sia il quantitativo minimo che deve essere garantito in caso di disagio economico e sociale comprovato dalla società erogatrice del servizio essenziale. Il ruolo degli operatori del settore pare essere cruciale, ma sicuramente le sedi giudiziarie sono i luoghi di maggiore elezione per verificare nel merito l’esistenza di questi elementi e per bilanciare i diritti in contrasto. Da una parte i diritti del singolo connessi alla dignità e alla vita, dall’altro i diritti economici delle società che comunque hanno un riflesso sociale importante in termini di sviluppo economico di tutta la popolazione. Dietro ad una società erogatrice vi sono altrettanti lavoratori e lavoratrici, nonché famiglie nel senso più laico del termine, che hanno diritto ad una retribuzione per garantire a sé e ai propri congiunti «una esistenza libera e dignitosa» (art. 36, I comma, Cost.), ricordando che ai sensi dell’art. 41, comma II, Cost., l’iniziativa economica «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana».
    Si auspica un intervento del legislatore per uniformare e semplificare la materia che pone in interconnessione la legge condominiale e le discipline dei settori di luce, acqua e gas, con incidenze sull’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini. De iure condendo l’approccio adottato dal legislatore per il servizio idrico pare corretto ovvero quello di prevedere una disciplina di base e demandare all’Autorità il compito di stabilire i criteri-guida per individuare le situazioni di disagio e procedure di verifica delle stesse, al fine di garantire sacche di deroga per casi “eccezionali”, e dall’altro assicurare la copertura dei costi di fornitura. Questo è un approccio elastico che ben si adatta ai momenti congetturali di crisi economica e che permette una certa flessibilità di aggiornamento, integrazione e modifica della disciplina del settore, che troverebbe riscontro anche nel poco citato, ma altrettanto dirimente, art. 41, comma III, Cost., secondo il quale «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata ai fini sociali».


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    1 Cfr. Cass. civ, Sez. II, 29/01/2015, n. 1674; Cass. n. 6665/09; Cass. n. 4797/01; Cass. n. 6405/90.

    2 Cfr. Tribunale di Reggio Emilina, ord. del 15/05/2014; Tribunale di Milano, ord. del 27/05/2014.

    3 Cass. Civ., sez. VI, ord. 17 febbraio 2014; Cass. civ. Sez. II, 29/01/2013, n. 2049.

    4 Art. 392 c.p., «Chiunque, alfine di esercitare un preteso diritto, potendo ricorrere al giudice, si fa arbitrariamente ragione da sé medesimo, mediante violenza sulle cose, è punito, a querela della persona offesa (120 ss.; 336 ss. c.p.p.), con la multa fino a € 516. 2. Agli effetti della legge penale, si ha violenza sulle cose allorché la cosa viene danneggiata o trasformata, o ne è mutata la destinazione. 3. Si ha, altresì, violenza sulle cose allorché un programma informatico viene alterato, ovvero viene impedito o turbato il funzionamento di un sistema informatico o telematico».

    5 Cfr.: Tribunale di Brescia, ord. 29.09.2014, n. 15600; Tribunale di Alessandria, 17.07.2015.

    6  Deliberazione 40272013/r/com, relativo allegato TIBEG, Art. 2 «1. Nell'ambito della revisione del sistema tariffario, la compensazione della spesa sostenuta per la fornitura di energia elettrica è riconosciuta ai clienti domestici in condizioni di effettivo disagio economico, in forma parametrata al numero di componenti la famiglia anagrafica, con riferimento ad un livello di consumo di energia elettrica e di potenza impegnata, compatibile con l'alimentazione delle ordinarie apparecchiature elettriche di uso domestico, in modo tale da produrre una riduzione della spesa dell'utente medio indicativamente del 20%. 2. L'Autorità provvede a definire le modalità applicative, secondo criteri di equità e di graduale superamento degli effetti dei meccanismi redistributivi attualmente esistenti, mitigando le conseguenze economiche sulle categorie di clienti domestici, negativamente interessati dalla manovra. 3. Ai fini dell'individuazione dei clienti in condizioni di effettivo disagio economico, è utilizzato come riferimento l'Indicatore di Situazione Economica Equivalente, ISEE, previsto dal decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 109 e successive modificazioni e integrazioni. 4. A decorrere dal 1° gennaio 2008 e, in ogni caso, contestualmente alla revisione del sistema tariffario applicato alla generalità dell'utenza, hanno diritto alla compensazione della spesa sostenuta per la fornitura di energia elettrica i clienti domestici con ISEE fino a 7.500 euro».

    7 Art. 3, commi 9 e 9bis de d.l. 185/2008, «A decorrere dal 1° gennaio 2009 le famiglie economicamente svantaggiate aventi diritto all'applicazione delle tariffe agevolate per la fornitura di energia elettrica hanno diritto anche alla compensazione della spesa per la fornitura di gas naturale. Hanno accesso alla compensazione anche le famiglie con almeno 4 figli a carico con isee non superiore a 20.000 euro. La compensazione della spesa e' riconosciuta in forma differenziata per zone climatiche, nonché' in forma parametrata al numero dei componenti della famiglia, in modo tale da determinare una riduzione della spesa al netto delle imposte dell'utente tipo indicativamente del 15 per cento. Per la fruizione del predetto beneficio i soggetti interessati presentano al comune di residenza un'apposita istanza secondo le modalità stabilite per l'applicazione delle tariffe agevolate per la fornitura di energia elettrica. Alla copertura degli oneri derivanti, nelle regioni a statuto ordinario, dalla compensazione sono destinate le risorse stanziate ai sensi dell'articolo 2, comma 3, del decreto legislativo 2 febbraio 2007, n. 26 e dell'articolo 14, comma 1, della legge n. 448 del 2001. Nella eventualità che gli oneri eccedano le risorse di cui al precedente periodo, l'Autorità per l'energia elettrica ed il gas istituisce un'apposita componente tariffaria a carico dei titolari di utenze non domestiche volta ad alimentare un conto gestito dalla Cassa conguaglio settore elettrico e stabilisce le altre misure tecniche necessarie per l'attribuzione del beneficio».



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